il primo circolo per soci con servizio di risto-pub totalmente vegan / the first vegan club in Rome.

giovedì 3 maggio h 21.00 Proiezione “Il nostro pane quotidiano”

Il documentario mostra come viene prodotto ciò che mangiamo. Un lungo viaggio in Europa, all’interno di asettiche industrie in cui vengono confezionate insalate plastificate e carne sottovuoto.

Ovvero tutto quello che c’è dietro e che non vediamo (o meglio che non ci dicono), a ciò che finisce sulle nostre tavole. La filiera di produzione del cibo, (forse è meglio chiamarla industria) è una macchina invisibile, che ha distrutto il vecchio mondo rurale ed ha preso il suo posto.

Il risultato lo si vede (strabuzzando gli occhi) in questo clamoroso e bellissimo documentario (se così si puo’ chiamare) in cui vengono ripresi e documentati alcune degli aspetti più assurdi di questa macchina fredda e automatizzata: Serre che si estendono a perdita d’occhio in un paesaggio surreale della campagna spagnola, immense fabbriche/allevamento di polli, il lavoro alienante (alla tempi moderni di Charlie Chaplin) di molti degli operai (oramai la figura del contadino/allevatore è presssoché scomparsa)…

Questo e molto altro si vede nelle bellissime e silenziosissime riprese (il documentario è infatti privo di dialoghi) che ci mostrano un mondo, quello dell’alimentazione e della produzione di cibo, che l’industria e il “progresso” economico hanno, nel passar dei anni, sottratto alla nostra quotidianetà, tramutandolo in qualcosa di misterioso, freddo e meccanico.

Il regista austriaco ci regala un documentario dal forte impatto emotivo. Ci mostra come l’industria alimentare sia andata avanti negli anni e che “bei” progressi abbia compiuto. Vediamo pulcini vivi sparati dai nastri trasportatori come fossero patate, polli ammassati in capannoni che ricordano i lager talmente stretti da non potersi neanche muovere, scrofe che allattano i cuccioli in condizioni che di naturale non hanno nulla, maialini evirati in sequenza e con una freddezza impressionante. Questo per citare quelli ancora non macellati. Perché N.G. ci fa vedere anche i macelli, vere e proprie catene di montaggio (come in una fabbrica qualunque) spaventose per efficienza e durezza. Ma la pellicola non si occupa solo di animali, ma prende in considerazione anche le colture di frutta e ortaggi, e anche lì ci illustra dei nuovi metodi di lavoro e dell’uso pesante dei pesticidi. Diciamolo subito, le parti che più toccano le corde della nostra sensibilità sono quelle che riguardano gli animali, essendo naturalmente più vicini a noi rispetto al regno vegetale. Quello che si vede in questo filmato ci mostra un uomo completamente alienato e privato della propria personalità/umanità nel rapporto con l’animale, qui visto come mera merce da trattare e privato di ogni minima dignità. Ma non solo, questa sua spersonalizzazione è sociale e non solo lavorativa, e il regista riesce a darcene un’idea anche grazie alla scelta stilistica di non aggiungere commenti o suoni diversi da quelli prodotti dall’ambiente medesimo: rumori delle attrezzature assordanti, uomini silenziosi assorbiti dalle macchine stesse di cui ne sono un evidente prolungamento, ecc. A questo aggiungeteci una fotografia ricercata che in alcuni casi carica di significati ulteriori il messaggio trasmesso dal documentario.

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